The Maze

A small town cried by the mountain more than
50 years ago.

It was rebuilt, not very far; the same, yet unfamiliar.

The old one, not completely dead, the new one,
not completely born.

Those who are bound to the ancient stone, are holding the roots of small vegetable gardens
looked after the dusty ruins.

The brand new stone can’t bear any fruits, and no one feed the soil with new memory.

Sprouts are grown from nowhere, born from a plant in the womb of the old town.
The inhabitants call it erba forestiera (foreign grass).

Gates made up of boughs, grown in the silent land for
years, chase both the natives and the wayfarer
denying the power of nurture over nature.

Now, exhausted silhouettes are gliding between the walls of a maze, built up stone by stone, around them.

They are waiting for their rest, hoping one day
to tell their truth.

The Maze

Un paese pianto dalla montagna più di cinquant’anni fa.
Ricostruito ad un paio d’orti di distanza, uguale ed alieno allo stesso tempo.
Uno mai morto del tutto, l’altro mai veramente nato.
Chi è legato alla pietra antica tiene strette le radici di piccoli orti curati tra le macerie impolverate.
La pietra nuova non genera frutti e nessuno fertilizza il suolo con nuova memoria.
Germogli di una pianta giunta dal nulla sono nati nel ventre del vecchio paese.
Gli abitanti la chiamano “l’erba forestiera”.
Cancelli di rami cresciuti nella terra silenziosa per anni, respingono ora allo stesso modo
l’indigeno e il viaggiatore, rinnegando il potere della carne sul legno.
Adesso esauste sagome scivolano tra i muri di un labirinto
innalzatosi pietra su pietra intorno a loro. Aspettano la quiete, bramano anch’esse un giorno
di poter narrare
la verità.

Wheater